Il contesto geopolitico e commerciale sta cambiando rapidamente e gli accordi internazionali incidono sempre più direttamente sulle filiere agroalimentari.

Ne abbiamo parlato con il prof. Stefano Zamagni Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna.

L’intervento di Stefano Zamagni dedicato al futuro dell’agricoltura e dell’agroalimentare prova a rimettere in ordine i problemi, a collocarli in una prospettiva storica e a leggerli per ciò che sono davvero, cioè questioni che coinvolgono insieme economia, politica, cultura, organizzazione sociale e idea di sviluppo.

Per lungo tempo l’agricoltura è stata trattata come un settore essenziale ma secondario nell’immaginario economico dominante. Zamagni osserva invece che proprio oggi, in una fase segnata da tensioni geopolitiche, trasformazioni tecnologiche, squilibri commerciali e nuove vulnerabilità sistemiche, essa torna a occupare un posto decisivo. Non soltanto per il suo rapporto immediato con il cibo, la terra e i bisogni primari, ma perché attraverso l’agricoltura passano alcuni degli snodi più rilevanti del presente: la qualità dello sviluppo, la distribuzione del valore lungo le filiere, il rapporto tra innovazione e lavoro, la sostenibilità dei modelli economici, la tenuta stessa delle comunità.

Da questa consapevolezza nasce una delle tesi centrali dell’intervento. Il mondo agricolo non può più limitarsi a difendere i propri interessi in chiave strettamente categoriale. La tutela del lavoro agricolo, della redditività delle imprese e della dignità economica dei produttori resta naturalmente necessaria, ma non è sufficiente. I problemi che oggi attraversano il comparto dipendono da processi ampi, che riguardano la globalizzazione, il commercio internazionale, la finanziarizzazione dell’economia, il peso crescente delle concentrazioni oligopolistiche e l’asimmetria tra chi produce e chi controlla l’accesso ai mercati.

Per questo Zamagni invita l’agricoltura a tornare a produrre pensiero, proposta, visione. Occorre dotarsi di luoghi di elaborazione culturale e scientifica capaci di leggere i mutamenti della geoeconomia e della geopolitica, di anticipare gli scenari e di entrare con autorevolezza nel confronto sul modello di sviluppo. È un richiamo che tocca tutto il mondo produttivo italiano, ma che per l’agricoltura assume un rilievo particolare, perché questo settore è legato a una base materiale non trasferibile: la terra, il territorio, le filiere, le vocazioni produttive.

Uno dei passaggi più attuali dell’intervento riguarda l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi. Zamagni richiama l’attenzione non tanto sull’uso accessorio delle tecnologie, quanto sul loro effetto strutturale. L’AI, soprattutto nelle forme più evolute e agentiche tende a intervenire nell’organizzazione delle decisioni, nella gestione dei dati, nella programmazione delle attività, modificando ruoli, responsabilità e assetti interni delle imprese. Per questa ragione è necessario comprendere come cambia il rapporto tra competenze, organizzazione e governo dell’impresa. L’innovazione, nel suo ragionamento, è insieme culturale, formativa, manageriale ed etica.

Accanto alla questione tecnologica, Zamagni affronta il tema delle regole del commercio internazionale e delle storture che segnano l’economia globale. Il riferimento al land grabbing, l’accaparramento delle terre in diverse aree del mondo, apre una riflessione che lega agricoltura, sovranità economica, neocolonialismo e migrazioni.

Sul fronte più vicino alle nostre filiere il messaggio è di non continuare a discutere di libero scambio come se tutti i sistemi produttivi operassero nelle stesse condizioni, con gli stessi standard qualitativi, sociali e ambientali. L’agricoltura europea, e quella italiana in particolare, si muove spesso in un contesto più esigente; per questo la sua difesa non può ridursi a una protesta episodica, ma deve tradursi in proposte solide, fondate e argomentate.

Un ulteriore aspetto trattato dal professore riguarda la distribuzione del valore lungo la filiera agroindustriale. Zamagni richiama il divario tra quanto paga il consumatore finale e quanto effettivamente arriva al produttore agricolo, segnalando l’esistenza di squilibri che non possono essere spiegati soltanto dai costi di trasformazione e logistica. Qui entra in gioco il tema delle posizioni dominanti, delle concentrazioni oligopolistiche, del potere negoziale di pochi soggetti capaci di condizionare mercati, prezzi e margini. È un passaggio importante, perché mostra come la fragilità dell’impresa agricola non dipenda solo dalla sua efficienza interna, ma anche dalla struttura economica in cui è inserita.

Nel complesso, l’intervento di Stefano Zamagni restituisce all’agricoltura il rango di componente strategica della vita economica e civile.