Sostenibilità

Con il dott. Giancarlo Attolini, Deputy President di Accountancy Europe, abbiamo visto gli ultimi  aggiornamenti rispetto le novità del Pacchetto Omnibus, i tempi previsti per l’entrata in vigore e le principali modifiche alla norma attuale.

Nel video viene proposto un taglio molto pragmatico: la sostenibilità non viene “smentita”, ma ricalibrata per diventare davvero applicabile alle imprese. L’apertura mette subito a fuoco il contesto: è uscita una proposta europea percepita come “passo indietro”, che però va letta soprattutto come semplificazione e come spostamento dell’attenzione dalla burocrazia alle azioni concrete. È l’idea di una “sostenibilità sostenibile”: sostenibile nei costi amministrativi, nei tempi e nella capacità delle PMI di non essere travolte da adempimenti che non producono valore reale. In parallelo viene richiamato il concetto degli “obbligati non obbligati”: molte imprese, pur fuori dal perimetro normativo, sono entrate comunque nel campo della sostenibilità per via della filiera (richieste dei clienti “grandi”, questionari, qualifiche fornitori).

Su questo scenario si innesta l’analisi tecnica di Giancarlo Attolini: non si parla di legge già in vigore, ma di una proposta della Commissione indirizzata a Parlamento e Consiglio, che dovrà essere definita nel trilogo. Attolini spiega che la proposta nasce estrema per ragioni politiche e che l’esito dipenderà dalle alleanze.

Entrando nei contenuti, la proposta Omnibus così come illustrata riduce drasticamente il perimetro dei soggetti obbligati al reporting: l’obbligo resterebbe alle imprese con almeno 1.000 dipendenti e con in più uno fra 50 milioni di fatturato o 25 milioni di attivi, con una riduzione stimata da circa 49.000 imprese obbligate a circa 8.000 nell’UE. Per la cosiddetta “wave 2” si prospetta inoltre un rinvio di due anni (dalla rendicontazione 2025 al 2027). Viene anche segnalata una possibile incoerenza: l’ipotesi di rinvio perfino per le quotate (wave 1) con un “buco” di due anni, scenario che appare poco plausibile e che potrebbe essere corretto in sede di negoziato. Scompaiono poi gli standard dedicati alle PMI quotate e, più in generale, viene ridimensionato il disegno originario.

Il punto che il video valorizza come più “sensato” è un altro: il rafforzamento dello standard VSME (voluntary SME), destinato a diventare riferimento pratico per la filiera. La grande impresa obbligata non potrà chiedere ai fornitori informazioni oltre quanto previsto dal VSME: questo introduce un “tetto” alle richieste e frena la proliferazione di questionari diversi e onerosi. Ne deriva un “trickle down effect”: molte imprese non obbligate faranno comunque reporting, ma su uno standard gestibile, con maggiore certezza e minore dispersione. A ciò si aggiunge l’eliminazione degli standard di settore (previsti numerosi e molto analitici), la prospettiva di una revisione degli ESRS più orientata a dati quantitativi e la spinta alla convergenza con standard internazionali.

Un altro passaggio rilevante riguarda le banche: la proposta prevede che nel calcolo del Green Asset Ratio non si considerino i finanziamenti alle imprese sotto i 1.000 dipendenti. In teoria questo riduce la pressione “regolatoria” delle banche sulle PMI; in pratica, osserva Attolini, potrebbe restare una pressione “di mercato”, perché le banche hanno già iniziato a usare dati ESG per leggere meglio il rischio di credito. Sul fronte CSDDD (due diligence) vengono citati rinvii e alleggerimenti: revisione meno frequente, focus sui fornitori diretti salvo “ragionevoli motivi” per estendere l’analisi, riduzione del regime sanzionatorio e attenuazione della responsabilità civile.

La parte finale del video amplia la prospettiva: la sostenibilità funziona se è scelta e non solo “subìta” come adempimento. I relatori mettono in guardia sia dall’ideologia sia dalle accelerazioni che producono effetti sociali indesiderati (obsolescenza professionale, transizioni non governate), invitando a un equilibrio che riduca il rischio di rigetto. Il messaggio conclusivo è una richiesta di stabilità normativa e di semplificazione intelligente: meno oscillazioni, più chiarezza, più fiducia. In questo quadro, “essere compliant” torna a essere un plus competitivo, soprattutto se collegato a investimenti concreti, misurabili e coerenti con la realtà delle imprese e delle loro filiere.